3 – La Tomba

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DESCRIZIONE:

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Alla morte di Francesco Petrarca, la cappella che egli stesso aveva desiderato non era ancora stata realizzata. Per questo motivo, la salma fu inizialmente deposta nella chiesa arcipretale di Arquà, dove rimase fino a quando, sei anni più tardi, venne trasferita nel celebre sarcofago che ancora oggi domina la piazza principale.

Il poeta riposò così ad Arquà, secondo la sua volontà, sebbene i Carraresi e diversi umanisti padovani avrebbero preferito che fosse sepolto a Padova. A sostenere la decisione di lasciarlo ad Arquà fu il genero Francescuolo da Brossano, che raccolse l’eredità spirituale e affettiva del poeta.

Si racconta che lo stesso Giovanni Boccaccio avesse ammonito Brossano con queste parole: “Le tombe dei grandi devono o rimanere ignote o rispondere con magnificenza alla loro celebrità”. Per questo motivo, egli scelse una soluzione intermedia: commissionò un sarcofago in marmo rosso broccatello di Verona, nello stile romano-cristiano, ispirato a monumenti come la cosiddetta tomba di Antenore o quella di Rolando da Piazzola a Padova.

Un’epigrafe antica racconta così la sua realizzazione:
“Li fu fatta un’archa di pietra rossa all’antica, et messo dentro l’archa sopra quattro collone et messa sul sacrato di ditta chiesa. E’ la nobil archa de sodo sasso.”

“Gli fu costruita un’arca di pietra rossa in stile antico, posta sopra quattro colonne e collocata sul sagrato di quella chiesa. È la nobile arca di solida pietra.”

Oggi questo imponente sarcofago, semplice e solenne, rimane uno dei luoghi simbolo di Arquà Petrarca, punto d’incontro per i visitatori che vogliono rendere omaggio al poeta.

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Il monumento funerario del Petrarca colpisce per la sua semplice solennità. La struttura poggia su una base formata da tre gradoni, mentre il sarcofago vero e proprio appare sospeso su quattro pilastri, sormontato da un coperchio monolitico a doppio spiovente che richiama lo stile delle antiche tombe romane e cristiane.

Sulla tomba è incisa un’iscrizione che secondo Filippo Villani e altri biografi, sarebbe stata dettata dallo stesso poeta. Si tratta di tre versi in esametri latini, un ammonimento e al tempo stesso una preghiera, come spesso si trovava nelle lapidi del tempo:

“Frigida Francisci lapis hic tegit ossa Petrace:
suscipe, Virgo parens, animam: sta, Virgo, parce,
fessa que iam terris coeli requiescat in arce.”

La cui parafrasi ci restituisce parole di grande intensità:

“Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca.
Accogli, o Vergine Madre, la sua anima, e tu, Figlio della Vergine, abbi pietà:
possa essa, stanca della terra, riposare nella fortezza celeste.”

Sul gradino superiore del sarcofago corre un’iscrizione che rende omaggio al poeta e alla memoria familiare che lo circondava:

“Viro insigni Francisco Petrarce laureato – Franciscolus de Brossano Mediolanensis gener individua conversatione amore propinquitate successione memoria.”

L’incisione tradotta ci restituisce parole intrise di rispetto e affetto:

“A Francesco Petrarca, incoronato poeta, Francesco da Brossano, milanese, suo genero, per l’incomparabile consuetudine di vita con lui, per amore e parentela, per successione ed eterna memoria.”

Sulla sommità del coperchio del sarcofago si trova una testa in bronzo del Petrarca, ispirata al celebre ritratto conservato nella Sala dei Giganti di Padova, dove il volto del poeta appare avvolto nel cappuccio. Questa effigie fu realizzata e collocata nel 1547 da Paolo Valdezocco, nobile padovano e grande ammiratore delle opere del Petrarca, che all’epoca era proprietario della casa e dei terreni del poeta.

La testa però è una replica, l’originale è conservata all’interno della casa del Petrarca, il manufatto originale infatti riporta il foro di un proiettile oltre che ai graffi dei sassi lanciati dai bambini di ogni epoca, che facevano a gara a chi la colpiva in pieno per primo.

Sotto la testa, una targa in bronzo riporta una dedica, che oggi possiamo leggere così:

“FR, PETR. Paulus Valdezucus Pat. Carnium eius admirator aedium agrorumque possessor hanc effigem posuit – ann. MDXLVII Idib. Septemb. – Manfredino Comite Vicario.”

“A Francesco Petrarca – Paolo Valdezocco, padovano, ammiratore delle sue poesie e possessore della sua casa e dei campi – pose questo ritratto il 13 settembre 1547, quando era vicario del Conte Manfredino.”

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Anche dopo la morte, Francesco Petrarca non ebbe pace. La sua tomba fu al centro di episodi curiosi e inquietanti che testimoniano quanto la sua figura fosse amata… e contesa.

Nel Quindicesimo secolo, un artigiano offrì ben 200 ducati d’oro alla chiesa di Arquà con la condizione di essere sepolto accanto al poeta. Fortunatamente, il vescovo Jacopo Zeno respinse quella richiesta, ritenendola uno scempio.

Nel 1563 fu addirittura proposta la costruzione di un teatro arcadico intorno alla tomba, “per onorare gli scrittori d’Italia”, ma il progetto non ebbe seguito.

L’episodio più famoso, e inquietante, avvenne la notte del 27 maggio 1630. La sede parrocchiale era vacante per la morte dell’arciprete, e un giovane frate quaresimalista di nome Tommaso Martinelli da Portogruaro, con l’aiuto del decano del paese e di altri otto abitanti armati di seghe e scalpelli, tentò un vero e proprio sacrilegio: forzarono l’angolo occidentale della tomba e prelevarono alcune ossa del poeta.

Nei documenti ufficiali si legge:
“Di questo sacrilego furto fu causa un certo frate regolare, inviato appositamente da Fiorenzini, con l’ordine di prelevare qualche reliquia di quel corpo benedetto; e questo per invidia che i nostri padovani possedessero quel caro corpo.”

La cronaca racconta che la notte era oscura e tempestosa, e che, con grande fatica, riuscirono a estrarre il braccio destro del poeta. Il frate e i suoi complici fuggirono senza essere catturati. L’indomani, il vicario locale denunciò l’accaduto al comune, facendo suonare la campana a colpi di martello.

L’autorità padovana inviò uomini di legge, che ispezionarono la tomba e confermarono la sottrazione: mancavano l’omero, la scapola e altre ossa minori. Nonostante un lungo processo, i responsabili non furono mai catturati, e le ossa non furono mai recuperate. La tomba fu infine chiusa con un tassello di sicurezza, a protezione dei resti del poeta.

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Dopo altri due secoli, la tomba di Francesco Petrarca versava in cattive condizioni e fu necessario un restauro. L’ingegnere Giuseppe Jappelli fu chiamato per eseguire i lavori, che prevedevano:

  • la sostituzione dello scaglione inferiore con due pezzi di marmo di Verona;
  • la realizzazione di un rivestimento protettivo per salvaguardare le fondamenta;
  • il ripasso delle iscrizioni con scalpello;
  • la levigatura dell’intero monumento tramite mola, senza alterarne lo stato originale.

Inizialmente, nessuno voleva sborsare le mille lire necessarie, ma il restauro fu reso possibile grazie al conte Carlo Leoni. La tomba fu aperta il 24 maggio 1843, sotto la direzione di Gradenigo, incaricato dei lavori.

All’apertura, i resti del poeta apparvero racchiusi in una tunica nera, con il cranio rivolto a ovest. Sorprendentemente, un nido di calabroni si estendeva dal cranio fino alle costole. Durante la rimozione del nido, si staccarono una costola e un pezzo di tunica, poi offerti all’arciprete Saltarini.

Un altro frammento della tunica, nel 1873, fu donato al patriota Alberto Mario e, attraverso successive eredità, finì alla Casa Carducci di Bologna, dove è tuttora conservato.

Il restauro, tuttavia, non fu privo di polemiche: le incisioni furono giudicate troppo larghe, il conte Leoni aveva operato senza licenza, rischiando una condanna, e alcuni ritocchi furono ritenuti eccessivi. Inoltre, le asportazioni non furono gradite dalla popolazione locale. I cimeli furono quindi riposti nuovamente nella tomba, insieme a un bossolo di rame contenente il quinto esemplare del verbale redatto durante il restauro.

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L’ultima apertura della tomba di Francesco Petrarca avvenne il 6 dicembre 1873, questa volta con l’intervento del docente di anatomia comparata dell’Università di Padova, Giovanni Canestrini. Lo studioso procedette a un accurato esame antropologico dei resti.

A differenza delle aperture precedenti, lo scheletro si presentava deteriorato, e il contatto del cranio con l’aria provocò la sua frammentazione. Dall’analisi emerse che Petrarca aveva un cranio dolicocefalo, con volto basso e largo, fronte non molto alta e leggermente sfuggente. Il femore destro risultava circa un centimetro più corto del sinistro e leggermente curvato verso l’interno. Si concluse che il poeta doveva essere muscoloso e robusto, con un’altezza stimata tra 183 e 184 centimetri.

Le ossa apparivano di colore bruno e i capelli rossi, anche se si ritiene che tale colorazione fosse dovuta al contatto con la superficie su cui il corpo giaceva. Infatti, si sa che il Petrarca, da giovane, aveva capelli bianchissimi.

Fortunatamente, non tutte le ossa erano state trafugate e i resti furono riposti in una cassa di abete. Tuttavia, anche in questa occasione si verificò un furto, attribuito all’abate Piombin, con la restituzione successiva dei materiali sottratti.

Scomparve inoltre un distico inciso sulla tomba, che un tempo recitava:

“INVENI REQUIEM: SPES ET FORTUNA VALETE: NIL MIHI VOBISCUM EST: LUDITE NUNC ALIOS”

Tradotto:

“Ho trovato il riposo: addio speranze e fortuna – Non ho più nulla a che fare con voi, illudete ora altri.”

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Nei secoli, la tomba di Petrarca subì anche danneggiamenti minori ma continui. Si racconta, ad esempio, di un ciabattino che scalfiva la superficie del monumento per poi vendere ai visitatori piccoli frammenti di pietra come souvenir.

Questi episodi, uniti alle continui depredazioni e curiosità dei collezionisti, spinsero le autorità a intervenire. Nel 1928, il Comune di Padova decise di installare una cancellata protettiva, per salvaguardare finalmente il sarcofago e impedirne ulteriori furti o danneggiamenti.

L’ultimo restauro risale a metà 2025, restauro in cui la tomba ha subito una pulitura che le ha restituito la sua originaria lucentezza.

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