L’ORATORIO DELLA SS. TRINITA’
caro visitatore, ciò che è scritto qui deve ancora essere verificato.
L’ORATORIO
L’oratorio è oggi sconsacrato, ma ancora utilizzato in alcune occasioni speciali, ad esempio per la celebrazione di matrimoni civili.
Nei secoli passati questa chiesa aveva un ruolo molto importante per gli abitanti della parte alta del paese. La salita infatti era faticosa, e nel 1623 la Vicaria e alcune famiglie nobili che vivevano in quella zona – come gli Zabarella, i Borromeo e i Beslevere – decisero di pagare un sacerdote affinché celebrasse la messa.
La prima menzione storica di questa chiesa risale addirittura al 7 luglio 1181, quando in un documento viene citata come “Sanctae Trinitatis”. In quell’occasione i sacerdoti di Arquà concessero in uso un terreno boschivo sul colle del Ventolone.
L’edificio fu ampliato più volte: probabilmente un primo ingrandimento avvenne nel Trecento, mentre nel Quattrocento fu aggiunta l’abside, la parte semicircolare che ancora oggi si riconosce. I mattoni esterni ci raccontano questa fase: lungo la navata la cornice è dentellata, mentre attorno all’abside è liscia. (errore nell’audio in questo paragrafo).
All’interno, un tempo, le pareti erano affrescate. Purtroppo però, intorno al 1600 un terremoto provocò gravi danni e, durante i restauri, molti dipinti furono coperti con uno strato di calce bianca.
Anche la struttura muraria mostra particolarità. Da un verbale del 18 agosto 1847 sappiamo che si pensò di rinforzare la parete settentrionale con un barbacane, una sorta di contrafforte a gradoni. Tuttavia, la natura tufacea della roccia consigliò un’altra soluzione: demolire lo scoglio sottostante per circa sette metri, fino a raggiungere la quota della strada.
Il pavimento originario della navata si trovava circa quindici centimetri più in basso rispetto a quello che vediamo oggi, realizzato in stile veneziano.
Anticamente la chiesa era collegata direttamente alla Loggia dei Vicari attraverso una piccola porta ad arco pieno, utilizzata nei giorni di udienza. Più tardi venne murata, ma nel 1920, durante i restauri, fu riaperta e dotata di gradini.
Infine, a destra dell’oratorio si trova il sagrato, che in passato fu utilizzato, di tanto in tanto, come luogo di sepoltura.

All’interno dell’oratorio troviamo un unico altare, realizzato in legno scolpito e dipinto, con alcune decorazioni dorate che ne impreziosiscono i dettagli.
La pala d’altare, di grandi dimensioni – circa due metri e settantasette per uno e ventinove – raffigura la Trinità, con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, accompagnati dai Santi Giuseppe, Francesco, Lucia e Margherita. L’opera porta la firma “Jacobus Palma”, datata 1626, e appartiene a Palma il Giovane, che la dipinse ormai in tarda età, a 82 anni.
Lo stile infatti risulta piuttosto debole e dolciastro, segno di un artista ormai alla fine del suo percorso creativo.
I santi Giuseppe e Margherita furono inseriti proprio in omaggio ai committenti dell’opera, che portavano quegli stessi nomi. E in basso, al centro della cornice lignea, si può notare una margherita intagliata: un ulteriore tributo alla signora Margherita.
Il paliotto dell’altare risale invece al Settecento. È realizzato in cuoio dipinto e raffigura al centro Cristo risorto, tra festoni di fiori: l’esecuzione è piuttosto semplice, ma di grande fascino.
La figura di San Cristoforo compare due volte all’interno dell’oratorio. Questo santo, noto per aver aiutato Gesù Bambino ad attraversare un fiume e per essere il protettore dei pellegrini, è rappresentato come un gigante. La raffigurazione più evidente si trova a sinistra dell’altare: una statua in pietra tenera colorata, posta su un piedistallo con un’iscrizione latina che ricorda un restauro avvenuto nel 1767.
La seconda rappresentazione è meno visibile, ma comunque imponente. Si trova sulla parete sinistra, prima della scalinata che conduce all’altare, anche se non è giunta fino a noi in perfetto stato di conservazione.

Infine, osservando attentamente le pareti, si possono notare alcune lapidi murarie, testimonianze della lunga storia di questo luogo sacro.
Una sul muro a nord dice:
Qui giace zuane zara il qual do
tò.
questa chiesa
di lire quaranta
a. l’ano con obrigo.
di celebrare
messe sei a l’ano
in perpetuo.
L’ano 1646. f. d.
Che parafrasato:
Qui riposa Zuane (che in veneziano significa: Giovanni), il quale donò a questa chiesa quaranta lire all’anno, con l’obbligo di celebrare sei messe all’anno in perpetuo. Anno mille 1646.
Obblighi ormai in disuso da tantissimo tempo.
Un’altra iscrizione custodita all’interno dell’oratorio riporta una breve elegia, un epigramma scritto per affetto e in memoria. A comporlo fu Arsenio Merio, appartenente al Collegio dei Giureconsulti di Padova.
Il testo ricorda la tragica fine di un giovane di soli vent’anni, Bernardo, assassinato a tradimento nell’agosto del 1610.
Ecclesiae aicet hic Bernardus gloria gentius,
virtute eximius, nobilitate micans.
Quattour ipse suae volvebat lustra iuventae:
proh, dolor! En nobis morti violenta tulit.
Foedus amicitiae ficti fregere sodales,
praedones novit, quos fecerat socios.
Prodere cum cuperent miserium per nemora ducunt;
ore pacem simulant, corde venea tegunt.
Concidit extremo telis confixus iniquis,
sub pedibusque fuit nomen amicitiae.
TRADUZIONE:
In questo luogo della chiesa giace Bernardo,
gloria alla sua gente, di esima virtù di nobiltà distinta.
Volgeva egli il quarto lustro della sua giovinezza,
quand’ecco, ahimè! Ce lo tolse una morte violenta.
Infransero il patto di amicizia finti alleati;
gli si rivelarono predoni coloro che s’era associati.
Bramando tradirlo conducono l’infelice per i boschi,
e mentre a parole fingono pace, celano in petto il veleno.
Cadde infine da iniqui pugnali trafitto,
e il nome d’amicizia restò conculcato.
Da un’altra lapide sulla parete sinistra risulta che l’oratorio fu ceduto a pieni voti dal Comune alla Confraternita di S. Maria dei Battuti, che vi fissò e preordinò i suoi esercizi nel 1679:

D.o.m. Ad perpetvam rei memoriam
hoc orarorivm
dono concessit sp. commvnitatis
ven. confr. Battvtorvm s. Mariae
Che parafrasato:
“A Dio ottimo massimo. A perenne memoria dell’evento, questo oratorio fu donato dalla comunità spirituale della Venerabile Confraternita dei Battuti di Santa Maria.”

Nel presbiterio si trovano due antiche pietre tombali a livello del pavimento.
La prima reca lo stemma della famiglia Da Ponte, accompagnato dalle lettere “VE PO”. È un riferimento a Marco Da Ponte che, nel Quattrocento, acquistò la gastaldia di Arquà per la somma di 24.000 lire.
La seconda pietra appartiene invece alla nobile famiglia padovana dei Conti, di origine trecentesca, che ad Arquà possedeva numerose proprietà.
Proseguendo verso la navata, proprio di fronte all’ingresso del presbiterio, si può osservare un’ulteriore lastra sepolcrale. Porta lo stemma della famiglia Zabarella e una scritta in latino:

“HIC SITVS EST JOPNATES DE SABARELLIS QVI OBIIT AN MCCCCXXXII, XXVI IVLII ARQVADE.”
che tradotta, recita: “Qui è sepolto Giopnates de Sabarellis, che morì nell’anno 1432, il 26 luglio, ad Arquà.”
Sul muro meridionale è conservato un prezioso polittico in tavola su fondo d’oro, ove sono rappresentati: al centro Sant’Agostino con due angeli che gli impongono la mitra; a sinistra San Paolo, San Gregorio, San Bernardo; a destra San Giovanni Battista, San Girolamo, Sant’Ambrogio.

Nelle sei tavolette superiori, coppie di santi.
È attribuito a Lorenzo Veneziano; certo di scuola veneziana della seconda metà del XIV secolo.

Vi sono due dipinti, che originariamente erano posizionati esternamente, nella loggia, che sono stati rimossi e trasferiti all’interno per preservarli dal deterioramento; il dipinto sulla sinistra raffigura una Madonna che allatta.
Mentre a destra c’è Sant’Antonio Abate, che sul palmo della mano tiene un fuoco; il fuoco di Sant’Antonio.
Sant’Antonio che durante un pellegrinaggio venne colpito dalla malattia che veniva considerata come il diavolo che era andato a tormentarlo, da lì è diventato il santo protettore da tale malattia.
Dalla parte opposta all’altare è conservato un grande dipinto che raffigura il passaggio di poteri tra Antonio degli Oddi e il suo successore e parente Daniele.

La scena si svolge in un’architettura grandiosa. Attorno ai protagonisti sono presenti i familiari e alcuni comandatori e funzionari della Vicaria, riconoscibili dal copricapo rosso con una rosetta gialla. Essi portano con sé un vessillo scarlatto con il Leone di San Marco che, su un passo del Vangelo, artiglia lo stemma di Padova. Accanto si notano un fascio di ceri e un tappeto turchesco arrotolato, simboli di prestigio e solennità.
Non manca la presenza del trombettiere del Comune, che rende ancora più ufficiale la cerimonia.
In alto a sinistra appare la Vergine col Bambino, mentre in basso si vede lo stemma della famiglia Oddi, a sottolineare il passaggio del potere della Vicaria tra i due cugini, raffigurati al centro del dipinto.
Su uno scalino si legge:
Daniel de oddis ab antonio eiusdem famile viro
iurisdictions onus accipt
et hoc affectus sui monum. p.a.
Parafrasato:
“Daniele de Oddis, da Antonio, uomo della stessa famiglia, assume l’onere della giurisdizione e [pone] questo monumento per affetto suo. P.A.”
A sinistra:
io. baptista de pelizaris ver f
MDCXXIII
che parafrasato:
“Giovanni Battista de Pelizaris, lo fece realizzare. 1623.”
Un altro grande dipinto, racchiuso in una cornice intagliata e riccamente decorata, risale al 1670 ed è opera di un autore rimasto anonimo.

La scena rappresenta Padova sotto forma allegorica: una donna avvolta in un manto regale, che i paesani chiamano tradizionalmente “regina Berta”. Nelle sue mani tiene una corona d’alloro ed è seguita da putti che portano vari simboli: una corona reale, una tiara, un mappamondo, un libro, il serpente “serapideo” e un’armatura con il Leone Veneto raffigurato “in moleca”, cioè in posizione frontale.
Padova si avvicina, seguendo l’invito di un vescovo martire, all’altare presso cui è inginocchiato il donatore, ovvero il committente stesso del dipinto, che ha voluto essere raffigurato all’interno dell’opera.
Sulle nubi, in alto, appare la Madonna in gloria, affiancata da San Marco e San Girolamo, i due santi che, per motivi legati al proprio nome, il devoto committente considerava suoi protettori.
Sul fondo della scena si riconosce la Basilica di Padova, a collocare l’episodio nel cuore della città.
Si ritiene che questo dipinto fosse originariamente custodito nella chiesa parrocchiale e che sia stato trasferito qui per far posto al nuovo organo costruito dal celebre Callido, maestro organaro del Seicento.
Vicino all’ingresso laterale della chiesa, si può notare la conca dell’acqua santiera, che secondo la tradizione non è altro che un’urna cineraria di epoca pre-romana. Il suo coperchio si trova oggi al Museo di Este.

Vi è poi un’ultima iscrizione posta nel 1960 a ricordo del restauro dell’epoca e della visita del Pontefice:
Questo oratorio
ove si raccolse a pregare Francesco Petrarca
ove giunse pienamente nel MCMLV il futuro pontefice Giovanni tredicesimo
fu restaurato alla pietà dei fedeli nell’anno del signore MCMLX
dalla sovrintendenza ai monumenti con il generoso contribuito dello Stato della Provincia del Comune
per volontà di popolo l’arciprete D.A. Gardin P.
Campanile
Il campanile dell’oratorio è una struttura molto antica. Un documento del 1580 ricorda infatti la presenza di un orologio.
Nel 1847 la cella campanaria venne ricostruita perché ormai fatiscente. I lavori furono affidati all’ingegnere Maschietti di Monselice. In quell’occasione, per correggere quella che veniva definita la “goffezza di stile”, le finestre ad arco ribassato furono trasformate in aperture acute, mentre sulla sommità venne aggiunta una merlatura in stile ghibellino. Allo stesso tempo furono chiuse le bifore della parte inferiore della torre quadrata.
Nel 1928, il campanile minacciava un crollo parziale. Si decise quindi di riportarlo all’aspetto originario, sempre seguendo i disegni dell’ingegnere Maschietti, confermati anche da antiche stampe del Seicento e dell’Ottocento. In questa fase la merlatura fu eliminata e venne ripristinato il tetto a quattro falde, come in passato.
Nella parte inferiore del campanile si trova una piccola stanza, che un tempo, e ancora oggi, è utilizzata come sagrestia.




